Le origini

dal diario di Rosetta

Tutto iniziò nel 2007. Mi aggiravo sopra la rupe del Peglio, in Provincia di Pesaro e Urbino, per fotografare la vallata del Metauro. Quel tardo pomeriggio l’intero paesaggio crepitava di una luce così forte che sembrava prendere fuoco sotto i colori abbaglianti di un autunno mai visto prima.
Più tardi, scaricando le immagini al computer e osservandole attentamente per la solita sofferta selezione, mi resi conto di aver fatto una scoperta.

Monte Fronzoso era il nome della collina che mi stava davanti e che il computer curiosamente mi invitava a osservare meglio. Grazie alla perfetta riduzione in scala operata dal software, in un baleno nacque nella mia mente un’associazione chiara con il paesaggio che sta alle spalle del ritratto di Federico da Montefeltro nel Dittico dei Duchi di Piero della Francesca (Piero della Francesca, 1465. Firenze, Galleria degli Uffizi ).

Da diversi anni, pur ignorandone il nome, conoscevo perfettamente non solo quella collina ma anche il resto del paesaggio. La valle del Metauro, non lontano dalla mia abitazione, è sempre stata una delle mete preferite da fotografare e, anni addietro, quando dipingevo paesaggi, era stata lo scenario ispiratore delle mie tele. Avevo riconosciuto un elemento del paesaggio di uno dei tre celebri quadri del Dittico.

Da quel momento, io e Olivia Nesci, docente di Geomorfologia all’Università di Urbino, iniziammo una ricerca storico–scientifica finalizzata alla individuazione e al completamento delle altre tessere di quel paesaggio-mosaico che fanno da corona a Federico da Montefeltro.

Con infinita pazienza e caparbietà tutti i tasselli sono stati individuati, studiati e ricomposti tra loro nella identica stesura tecnica operata dal pittore. Tutto ciò, attraverso una minuziosa comparazione tra i due paesaggi: lo sfondo dipinto da Piero e il paesaggio attuale da noi ritrovato. Esso, nonostante quasi cinquecento anni di separazione, sorprendentemente, non appariva molto cambiato. Si affacciò così in noi, sempre di più, l’idea che se quello sfondo corrispondeva ai territori del Ducato di Urbino, con molta probabilità, anche gli altri paesaggi ritratti nei due restanti dipinti del Dittico dei Duchi (il ritratto di Battista Sforza, moglie del Duca ed i Trionfi) potessero appartenere allo stesso territorio.

Dopo il paesaggio del ritratto del Duca di Urbino, fu quindi la volta dei Trionfi, il paesaggio che più ci aveva fatto sognare, per quel grande lago solcato da barche a vela, per la misteriosa isola al centro del bacino e per quell’orizzonte stracolmo di curiose colline. Dopo molti mesi di ricerche finalmente anche questo luogo è stato ritrovato. Quasi speculare al primo, sempre nella stessa vallata del fiume Metauro, tra Urbania e Fermignano.

Per ultimo è venuto alla luce il paesaggio alle spalle di Battista Sforza. Se ne stava ben nascosto in Valmarecchia, sempre nelle terre dominio dei Duchi di Urbino, ma più lontano, al confine tra Toscana e Romagna in un territorio con caratteristiche morfologiche ben diverse da quelle che eravamo abituate a vedere intorno a Urbino

Come per gli sfondi precedenti, un elemento più caratteristico degli altri fu risolutivo nella prima fase della sua individuazione: la rupe di Maioletto che, nel dipinto di Piero, si staglia dritta e sicura al centro della vallata del fiume Marecchia (fig. MAIOLETTO PIERO).

L’intero sfondo combinava perfettamente con quello di oggi, fatta eccezione proprio per la rupe di Maioletto che nel dipinto evidenziava un profilo differente. Nell’aprile del 1700, infatti, la storia racconta che dopo molti giorni di piogge intense, una parte della rupe crollò con tutto il paese e il castello, modificandone il bordo.

Ancora oggi, aldilà della mutilazione subita, la rupe conserva lo stesso fascino e la suggestione che ispirarono molti artisti e lo stesso Piero.

Un anno e mezzo è stato necessario per portare a termine la nostra ricerca che alla fine è culminata con una mostra itinerante e un libro dallo stesso titolo IL PAESAGGIO INVISIBILE. (1)

Autorevoli e generosi riconoscimenti al nostro lavoro sono arrivati da ogni parte e hanno contribuito non solo a ricaricarci di nuova passione, ma anche a riscattarci dagli scettici giudizi, non sempre rispettosi. In un articolo di un noto quotidiano che aveva per tema le nostre scoperte, ci è stato conferito, con nostro grande piacere, lo pseudonimo di cacciatrici di paesaggi, che sembrava calzare a pennello con la nostra attività.

Gli sfondi delle opere rinascimentali, così era stato scritto, “… sono pura immaginazione, frutto della grande potenza creativa degli artisti…”. Oggi sappiamo che Piero non li aveva inventati. Non era necessario. Paesaggi così incantevoli esistevano davvero ed erano sotto gli occhi di tutti. Non erano paesaggi di fantasia, ma fantastici. Non erano sognati, ma da sogno.

Poiché una fine implica spesso un successivo immediato inizio, il nostro libro Il paesaggio invisibile finì per costruire un punto di partenza metodologico. La valle del fiume Marecchia, con la sua morfologia tormentata, il suo carico abnorme di storia, riuscì ad esercitare su di noi un’attrazione troppo forte. La stessa attrazione che subirono gli artisti ed i letterati che viaggiarono tra Adriatico e Appennino, ossia tra Romagna, Marche e Toscana durante i secoli del Medioevo e del Rinascimento.

Pubblicato il volume e affinato il metodo, eravamo pronte per una nuova avventura. Decidemmo perciò di restare ancora in Valmarecchia. In quel paesaggio così diverso dalle gentili colline dell’urbinate e ancora tutto da scoprire. Sentivamo come se quelle rupi, dalle forme bizzarre disseminate sulla valle e lungo il fiume Marecchia, ci pregassero di conoscerle meglio. Erano sensazioni e percezioni molto forti quelle che ci giungevano ma che ormai, per esperienza, avevamo imparato a riconoscere. Dovevamo solo inseguirle e abbandonarci completamente a loro. Dopo qualche tempo, durante l’ennesima ricognizione in Valmarecchia, scandagliando a 360 gradi la rupe di Maioletto, ci ritrovammo all’improvviso, davanti ad un’altra opera. Non di Piero questa volta, ma di Leonardo da Vinci: La Madonna Litta.

Un paesaggio celestiale, diviso a metà in due finestrelle bifore: sulla destra, ancora una volta, la rupe di Maioletto; sulla sinistra le rupi di Penna e Billi. L’idea di allungare il passo verso nuovi pittori rinascimentali ce l’aveva suggerita lo stesso Piero anche se, onestamente, ci sembrava una sorta di peccato di presunzione. Ripercorrendo fedelmente la stessa metodologia messa a punto e applicata per i paesaggi del Dittico di Piero, abbiamo avviato l’analisi d’immagine al computer, voli aerei virtuali sull’area interessata, ricerche storiche sul pittore e sul periodo storico, indagini geologiche e geomorfologiche.

Prima di dichiarare il lavoro concluso e prima di riporlo al segreto di una cartella del computer ritenemmo che, forse, un’ulteriore ricognizione fotografica più ravvicinata alle due rupi in primo piano, sarebbe stata opportuna. Sul versante del Marecchia, su nell’alta valle che prende il nome dal fiume, San Marino e San Lorenzo erano i nomi delle due località che dovevo rintracciare. Non lontano da lì, infatti, avrei individuato il punto d’osservazione di Leonardo verso le rupi di Maioletto e Pennabilli. L’idea di entrare nel fondale del dipinto insieme a “Leo” che era già diventato intimo, come del resto “il buon Piero”, mi esaltava e intimoriva allo stesso tempo. “Non può essere vero! Non è possibile…” mi ripetevo mentre saltavo di quà e di là dal fosso “il Paolaccio”. Finalmente, quando pensai di aver focalizzato il punto di fuga, iniziai a cliccare senza però smettere di pensare a Leonardo che, a piedi o dritto sul cavallo, aveva calpestato le stesse zolle su cui stavo lavorando.

Mi girai verso il fondovalle per un ultimo scatto nella parte opposta, sul fiume. Un po’ stanca e senza troppa attenzione cominciai a focalizzare l’unica parte del paesaggio illuminata dal sole. Tutto il resto era sotto una coperta d’ombra che già si allungava dagli Appennini. Mentre l’obiettivo mi mostrava sempre più nitidamente l’immagine catturata, una sorta di agitazione, di strana inquietudine, mi prese. In silenzio pensai: “Due rupi, un ponte, un fiume…”. Una combinazione di elementi nota alla mia memoria. Un tassello “troppo famoso” per non essere riconosciuto. Un pezzo della Gioconda! Già, proprio il primo piano sulla destra del quadro: due rupi, un ponte, un fiume. Era il paesaggio della Gioconda quello che si era presentato all’improvviso. Inaspettatamente.

Tra la Valle dell’Orso e il Fosso del Paolaccio ero sola, commossa, sconvolta da troppe emozioni. Più tardi, riflettendo con Olivia sulla scoperta, siamo giunte alla conclusione che la scoperta non era frutto del caso ma il risultato di un processo mentale iniziato da ormai diversi anni. La dedizione e il metodo che avevamo profuso nelle nostre ricerche, ma ancor di più l’esperienza e la capacità di osservare e cogliere ciò che allora era stato “invisibile”, erano accresciute e si erano affinate. Grazie a ciò, senza rendercene conto, eravamo in grado di scorgere quei “paesaggi d’arte” ritratti secoli prima. Meraviglia delle meraviglie, giorno per giorno, i frutti iniziavano davvero a “cadere dal cielo”. Dietro ogni scorcio che il Montefeltro ci regalava…

Il paesaggio della Gioconda, prima di allora, per noi non aveva rappresentato un’ipotesi di lavoro. Insomma, non ci avevamo proprio pensato. Tanto, poi, era stato detto su quel ponte. Spesso collegato al paesaggio esistente attorno a Buriano, presso Arezzo o in Lombardia sul Lago d’Iseo. A volte totalmente legato a significati “fantasiosi” alla Dan Brown. In ogni caso, troppo numerose e difformi tra loro erano le contese sulla “donna senza sopracciglia”. Difficile e audace, proporre un’altra lettura interpretativa…

Sfumato il primo passo emozionale, sapevamo bene che allo spunto iniziale doveva obbligatoriamente seguire il rigore metodologico calibrato già sulle precedente ricerche. Il banco di prova era terribilmente denso di pericoli. Né, parimenti, si poteva sottovalutare il fascino implicito che infonde l’occuparsi di Leonardo e che così difficilmente riesce a tenere il ricercatore distaccato sul piano emotivo.

Leonardo, per quel che sapevamo doveva conoscere bene la Romagna e questa parte del Montefeltro. Infatti, nel 1502 venne assoldato da Cesare Borgia “il Valentino” con funzione di ingegnere militare e soprintendente alle opere fortificate, nella sua campagna di conquista della Romagna per la Santa Sede. Fu partecipe, inoltre, anche al noto assedio della città di Urbino nell’anno 1503.